Quattrocento pazienti tra le persone che hanno superato i 50 anni saranno reclutati in tutta Italia per lo studio destinato ad individuare i test premonitori più efficaci per formulare in anticipo, prima possibile, la diagnosi di Alzheimer. Per questa malattia, che non da sintomi e non ha ancora una cura, la diagnosi precoce costituisce attualmente l’unica possibile difesa.
I soggetti dello studio Interceptor, promosso dal Ministero della Salute e dall’AIFA (Agenzia Italiana per il Farmaco) con il Policlinico Gemelli, saranno selezionati dai Centri per i Disturbi Cognitivi e la Demenza (CDCD) tra le persone a rischio definite MCI con i primi disturbi lievi, attraverso test neuropsicologici ed esami clinici. L’evoluzione dei soggetti selezionati sarà seguita nel tempo con periodici controlli clinici (test neuropsicologici, esame di biomarcatori, DNA, PET, risonanza magnetica del cervello, ecc…) per verificare, nei pazienti che con il tempo cadranno nella malattia di Alzheimer, quali sono stati i controlli che per primi hanno segnalato la condizione di rischio e poterli adottare per la diagnosi precoce e tentare di prevenire la patologia. Lo studio sarà anche utile per prevedere quante persone potranno cadere nell’Alzheimer nel giro dei prossimi anni e quali saranno le esigenze del Servizio Sanitario Nazionale. Attualmente in Italia ci sono 1,2 milioni di dementi dei quali circa 800mila sono Alzheimer. Il loro numero è destinato ad aumentare a causa del progressivo invecchiamento della popolazione.
La Demenza di Alzheimer è silente, inizialmente priva di sintomi, per questo motivo molte persone che sono malate ancora non lo sanno. La malattia lavora per 15 – 20 anni distruggendo progressivamente e irreversibilmente i neuroni, il cervello per anni compensa con i neuroni superstiti la mancanza di quelli colpiti, per questo non appaiono sintomi e chi è malato non se ne accorge e solo alla fine appaiono i sintomi, quando il corredo neuronale è devastato e non c’è più molto da fare. Per questo è molto importante la diagnosi precoce che inizia con un controllo neuropsicologico dello stato cognitivo (MMSE ed altri) e, se necessario, prosegue attraverso una serie di indagini (analisi del sangue, test olfattometrici, esami cardiologici e biologici, misurazione del consumo di glucosio nel cervello, esame della funzionalità e della struttura del cervello, ecc…). Il quadro complessivo che si forma con questi controlli è in grado di formulare con una probabilità del 90 – 95% la diagnosi di Alzheimer, 4 – 5 anni prima che il malato cada nella patologia conclamata.
Con lo studio Interceptor si cerca di individuare possibilmente un solo biomarcatore che sia il campanello di allarme in grado di segnalare con qualche anno di anticipo la malattia.
Ora i soggetti a rischio (MCI) possono essere individuati con una complessa batteria di esami il cui costo impedisce di realizzare uno screening generalizzato di tutta la popolazione che sarebbe molto utile, dopo i 50 anni, per scoprire in anticipo i soggetti a rischio e intervenire prima che sia troppo tardi.
Al Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa, Istituto di Neuroscienze, il Neurofisiologo Prof. Lamberto Maffei ha realizzato, per i soggetti a rischio, il protocollo non farmacologico Train the Brain che ha consentito finora di realizzare importanti miglioramenti, clinicamente documentati nell’80% dei pazienti trattati. Il protocollo, applicato e diffuso dalla Fondazione IGEA Onlus, è stato da qualche mese attivato anche a Roma dal Policlinico dell’Università Sapienza.
Per approfondire le informazioni sul protocollo Train the Brain visitare il sito www.fondazioneIGEA.it o scrivere a info@fondazioneigea.it

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