Roma – Il 19 dicembre 2019 ricorre il 104mo anniversario dalla morte del dr. Alois Alzheimer, che insieme con l’italiano dr. Gaetano Perusini ha descritto nel 1906 la malattia che oggi porta il suo nome ma che inizialmente era chiamata malattia di Alzheimer-Perusini. Il medico italiano oggi ingiustamente dimenticato è stato il primo a descrivere, con 80 anni di anticipo, prima che venisse documentata scientificamente, la sostanza responsabile della malattia, costituente le placche, oggi nota come proteina amiloide.

 

I due dottori fecero i primi studi sulla malattia nei manicomi dove venivano rinchiusi i pazienti affetti da questa patologia allora non compresa. Alzheimer e Perusini avevano capito che non si trattava di pazzi e dalle osservazioni fatte, prima durante la vita dei pazienti e successivamente anche con le autopsie del cervello nei cimiteri dei manicomi, individuarono le prime caratteristiche della patologia, evidenti nel cervello. Perusini descriveva la presenza nel cervello di “un prodotto metabolico patologico di origine sconosciuta” che si comportava come “una specie di cemento che incolla le fibrille insieme”. L’intuito scientifico di Perusini ha anticipato le moderne considerazioni sulle cause patogenetiche della malattia. La collaborazione tra Alzheimer e Perusini iniziò nel 1906 quando il medico tedesco, chiese a Perusini di osservare per una valutazione più approfondita una sua paziente, Augusta D. che diventerà il primo caso scientifico documentato clinicamente della malattia. Alzheimer era convinto di essere di fronte ad una patologia cerebrale rara, ma le sue osservazioni presentate in un convegno medico furono completamente ignorate, quindi si rivolse a Perusini per una valutazione più approfondita e dettagliata sia degli aspetti clinici che dei reperti istopatologici. Perusini, oltre a riesaminare tutti gli aspetti del caso di Augusta D., raccolse altri tre casi di severa e rapida demenza dei quali uno di 47 anni e altri due di 63 e 67, di cui descrive e accuratamente correla i reperti clinici/neuro-patologici, confermando l’identificazione della nuova malattia.

 

La malattia di Alzheimer-Perusini, oggi si sta diffondendo in modo preoccupante in tutto il mondo principalmente a causa dell’invecchiamento della popolazione e si stima che dagli attuali 47 milioni di malati si arriverà a oltre 130 milioni nel 2050. L’Italia, avendo una delle popolazioni più anziane del mondo con 1,2 milioni di dementi è particolarmente a rischio. La medicina non ha ancora trovato una cura e le case farmaceutiche stanno abbandonando la ricerca dei possibili farmaci considerati gli scarsissimi risultati finora raggiunti con medicine, che possono solo attenuare i sintomi per qualche mese, sono molto costose e spesso hanno pesanti effetti collaterali. L’unica possibilità di difesa, allo stato attuale della scienza medica, è la prevenzione, che riguarda sia i malati nella fase iniziale, sia tutte le persone sane per evitare che si ammalino. La diagnosi precoce e la stimolazione cognitiva, realizzate nello studio senza farmaci Train the Brain sperimentato dal Prof. Lamberto Maffei all’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche, hanno dato risultati positivi, clinicamente documentati, nell’80% dei soggetti trattati. Visto il successo ottenuto è stata costituita la Fondazione IGEA Onlus (www.fondazioneigea.it) per rendere il protocollo disponibile a tutti coloro che possono averne bisogno. Vari altri studi sono in corso a livello internazionale per intercettare in anticipo la malattia, che è subdola, per lunghi anni (15 – 20) non da sintomi e quando i sintomi appaiono di solito è troppo tardi per correre ai ripari. Tra le sperimentazioni in atto più promettenti figurano in Italia il programma Interceptor del Ministero della Salute, per la diagnosi precoce, e negli USA lo studio POINTER che, come Train the Brain, si basa sulla stimolazione cognitiva per contrastare e rallentare la patologia nei soggetti a rischio, individuati più presto possibile, attraverso i controlli adatti, prima che la malattia faccia nel corredo neuronale del cervello danni gravi e irreversibili.

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