Continuiamo a difenderci dal virus dell’epidemia Covid-19. Cosa si può fare.

Jun 5, 2020

Per difenderci dal virus SARS-CoV-2 non c’è ancora un vaccino, l’unica possibilità è limitare i contagi con mascherine, distanziamento, frequente pulizia delle mani. Questo è stato fatto finora con un certo successo in tutto il mondo e dobbiamo continuare a farlo per due importanti motivi: 1) l’epidemia della COVID-19 continuerà ancora a lungo come avverte l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS); 2) nelle persone che si ammalano il virus aggredisce e produce danni non solo ai polmoni, ma anche al cervello, al fegato, al cuore e alle reni. Danni che in una buona percentuale dei casi permangono anche dopo la guarigione. Riportiamo una sintesi dei documenti elaborati all’Accademia dei Lincei che illustrano cosa conosciamo finora nei principali aspetti del virus e dell’epidemia: il virus, l’infezione, la diffusione, gli animali domestici, l’imposizione dei blocchi (lockdown), la rimozione dei blocchi, gli anticorpi, i fattori di rischio predisponenti, gli aspetti clinici, i tamponi, i test sierologici, la terapia, i vaccini, il tracciamento con la App immuni, l’essere preparati, la mancanza di trasparenza e di dati scientifici.

Il virus. La malattia da Coronavirus 2019, conosciuta con la sigla COVID-19, è causata dall’infezione da parte di un coronavirus nuovo chiamato SARS-CoV-2. I coronavirus sono una grande famiglia di virus che provocano malattie che vanno dal comune raffreddore invernale a malattie molto più gravi come la Sindrome Respiratoria del Medio Oriente, conosciuta con la sigla MERS, la Sindrome Respiratoria Acuta Grave o SARS, e la COVID-19 appunto.

L’infezione. La malattia COVID-19 inizia con l’arrivo delle particelle virali SARS-CoV-2 sulle superfici della mucosa del naso e della gola, che esprimono sulla loro superficie una gran quantità dei recettori (ACE2). Alcuni meccanismi dell’immunità̀ innata ed il muco secreto dalle cellule caliciformi formano una prima, efficace linea di difesa. Se il virus riesce a superare questa reattività e ad entrare nella cellula, l’RNA virale viene immediatamente tradotto dalla cellula infetta che inizia a produrre le proteine virali. Successivamente, la cellula infetta muore liberando milioni di nuove particelle virali che iniziano ad invadere altre cellule.

Diffusione dell’infezione. I coronavirus possono essere trasmessi orizzontalmente tra animali e, verticalmente, tra animali e persone. Negli ultimi vent’anni un coronavirus ha effettuato almeno tre volte il cosiddetto “salto di specie” passando dal suo ospite naturale alla specie umana: il virus SARS-CoV nel 2003 in Cina; il virus MERS-CoV in Medio Oriente, nel 2012; il virus SARS-CoV-2 a Wuhan, di nuovo in Cina, alla fine del 2019. È probabile che, come già accaduto per gli altri coronavirus, anche nel caso del SARS-CoV-2 l’ospite originale fosse il pipistrello. Nel mondo ci sono oltre 1,200 specie di pipistrelli che rappresentano un enorme serbatoio di virus. Si ritiene che per il passaggio di un coronavirus da un pipistrello dall’uomo sia necessario un ospite intermedio. Nel caso del virus della SARS l’ospite è stato lo zibetto, per il virus della MERS è stato il dromedario, sconosciuto ma forse il pangolino per il virus SARS-CoV-2. Il pangolino è un animale in via d’estinzione che viene attivamente cacciato e commercializzato per le squame di cheratina, che sono un importante ingrediente della medicina tradizionale cinese, e per la sua carne che, in Cina e in Viet Nam, è considerata una prelibatezza. Durante l’autunno 2019, varie polmoniti ad eziologia sconosciuta sono state diagnosticate in persone in qualche modo collegate al mercato del pesce e di animali vivi della città di Wuhan in Cina. Dal liquido del lavaggio bronco-alveolare di questi pazienti è stata isolata la nuova variante del virus, il SARS-CoV-2. Il genoma del virus è stato rapidamente sequenziato dagli scienziati cinesi che hanno resa pubblica la sequenza dell’RNA virale. L’epidemia causata dal SARS-CoV-2 ha continuato a diffondersi, per cercare di limitare i contagi, prima la Cina, poi la Corea del Sud, l’Italia e progressivamente molti altri paesi del mondo hanno imposto dei limiti allo spostamento delle persone ed hanno chiuso i confini. Ha così preso origine la più grande quarantena della storia dell’umanità, con i blocchi della mobilità conosciuti come lockdown. Il contagio da parte del virus SARS-CoV-2 avviene principalmente per via respiratoria tramite le goccioline di dimensione fino ad 1 mm di diametro che una persona infetta emette quando tossisce, sternutisce o parla. Il virus che viene diffuso come aerosol nell’aria dal nomale respiro può persistere per alcune ore. Le goccioline emesse con la tosse, con lo sternuto e con il parlare si possono depositare su varie superfici dove il virus può rimanere infettivo per ore, financo un giorno. È quindi possibile che una persona si possa infettare toccandosi la bocca, il naso o gli occhi dopo aver captato il virus da una di queste superfici.

Animali domestici. I gatti possono venir infettati dal virus SARS-CoV-2. Tuttavia, la carica virale rilasciata dai gatti che sono stati sperimentalmente infettati sembra essere troppo bassa perché ci possa essere il rischio di trasmissione agli esseri umani. Non ci sono prove di infezione trasmessa da gatti domestici anche in casi di contatti ripetuti con le persone con cui vivono. I cani hanno una bassa suscettibilità all’infezione da parte del virus SARS-CoV-2. Questo virus si replica stentatamente nei maiali, nei polli e nelle anatre, mentre i furetti sono altamente sensibili all’infezione. Invece, la diffusione della pandemia potrebbe costituire un serio pericolo per le grandi scimmie antropomorfe.

Imposizione di blocchi. Il distanziamento fisico, che costituisce la base delle strategie di blocco, riveste un’importanza centrale nel rallentare la trasmissione del contagio, riducendo il “numero di riproduzione di base” (R0), che nella popolazione rappresenta il numero delle persone che possono essere infettate da ciascun singolo malato. Se il numero di riproduzione è ad esempio pari a 2 vuol dire che in quella popolazione le condizioni generali e igienico sanitarie sono tali che ciascun malato ha una alta probabilità di infettare due persone e quindi l’infezione si espande. Se in numero di riproduzione è inferiore ad 1 vuol dire che un malato ha bassa probabilità di infettare un’altra persona e quindi l’infezione va diminuendo. Dai dati disponibili risulta che il numero di riproduzione del virus SARS-CoV-2 si aggira intorno a 3,87, ma si differenzia da paese a paese in base alle condizioni esistenti e al distanziamento tra le persone. Comunque, con il trascorrere del tempo, man mano che il virus si diffonde, che le persone malate guariscono e sviluppano anticorpi, un’elevata percentuale della popolazione di un paese acquisisce l’immunità contro il virus, e questa “immunità di comunità” (herd immunity) porterà al controllo dell’epidemia. Circa il 12 % dei malati di COVID-19 richiede il ricovero in reparti di terapia intensiva. Nella maggior parte dei Paesi del mondo, il numero di letti nei reparti di terapia intensiva è relativamente basso. Nessun sistema sanitario al mondo potrebbe resistere di fronte ad un aumento illimitato di pazienti che necessitano di terapia intensiva. Per questo motivo, di fronte al divampare dell’epidemia, diviene assolutamente necessario mettere in atto misure in grado di contenere il diffondersi dell’infezione, evitando così di mettere il sistema sanitario di fronte ad un carico che non può più essere gestito.

La rimozione dei blocchi. Se la lunga durata delle strategie di confinamento causa seri problemi sociali ed economici, una loro rimozione troppo affrettata potrebbe portare ad un rampante ritorno dell’epidemia, con conseguenze sanitarie e sociali ancora più devastanti. Molti governi, tra cui quello italiano, stanno annunciando o mettendo in atto una graduale rimozione delle misure di blocco che finora sono durate per circa due mesi. Cercare di incrementare la libertà individuale e di ridurre le restrizioni sociali mantenendo un attento controllo della diffusione dell’epidemia non è un’impresa facile, in particolare perché non sono disponibili linee guida facilmente applicabili ai paesi occidentali. In Europa, l’intensa interconnessione tra le nazioni dovrebbe imporre la messa in atto di misure coordinate, cosa che attualmente non appare essere sufficientemente considerata, essendo ogni nazione concentrata sui gravi e parzialmente differenti problemi interni. Ma si deve tener presente che il ritorno dell’epidemia in una nazione europea potrebbe causare la re-introduzione di una serie di blocchi periodicamente ripetuti anche in altre nazioni.

Anticorpi protettivi. I pazienti di SARS, MERS, e di COVID-19 sviluppano anticorpi che sono in grado di neutralizzare la capacità infettiva dei virus, ma gli anticorpi non sono un indice tempestivo del contagio, perché compaiono relativamente tardi nel siero dei pazienti di COVID-19. In una certa percentuale di pazienti, gli anticorpi non sono titolabili prima di 20 giorni dall’infezione o di 15 giorni dall’inizio dei sintomi. La presenza degli anticorpi però sembra costituire una protezione contro una nuova infezione. I dati a disposizione suggeriscono che le infezioni da coronavirus, incluse quelle da SARS-CoV-2, inducono una memoria protettiva. Ralph Baric ha recentemente affermato che sia la risposta immunitaria che la resistenza all’infezione dovrebbero durare almeno 6-12 mesi. I dati sui pazienti di Wuhan guariti che, per alcuni mesi, sarebbero resistenti alla re-infezione sembrano avvalorare questa possibilità. Altri dati a proposito dei pazienti guariti dalla SARS indicano che una memoria protettiva potrebbe persistere per 2 o 3 anni. Tuttavia, Organizzazione Mondiale delle Sanità (OMS) ha recentemente messo in guardia sul rischio di re-infezione e sul fatto che avere in circolo anticorpi anti-SARS-CoV-2 non può essere considerato una garanzia di immunità.

Fattori di rischio predisponenti. Numerosi fattori aumentano, in modo anche notevole, il rischio d’infezione e peggiorano il decorso della COVID-19. Tra questi: il sesso (c’è un maggiore rischio per gli uomini), l’età, la presenza di altre patologie, l’obesità, il diabete, l’HIV, l’ipertensione, la malnutrizione, l’igiene, la povertà. In particolare la gravità della malattia aumenta con l’età. Significativi sono gli studi condotti su un totale di 1065 bambini con infezione da SARS-CoV-2, la maggior parte presentava solo sintomi lievi o, addirittura, nessun sintomo, mentre non sono stati segnalati decessi in bambini di età compresa tra 0 e 9 anni. Il rischio di ammalarsi di COVID-19 è anche aumentato dall’intenso esercizio fisico proprio degli atleti e dall’essere esposti ripetutamente all’infezione, come capita sia ai medici sia agli infermieri. Uno studio condotto su 1775 pazienti infetti da SARS-CoV-2 a Wuhan ha messo in evidenza che il gruppo sanguigno A è associato con un aumento del rischio d’infezione mentre il gruppo sanguigno 0 è associato ad un rischio ridotto. Un’analoga associazione è stata trovata anche nella popolazione italiana, anche in questo caso si attendono ulteriori conferme scientifiche.

Aspetti clinici. L’infezione da SARS-CoV-2 si manifesta con una gran varietà di sintomi: può essere totalmente asintomatica oppure presentarsi con sintomi gravi. In Italia, il Paese che ha avuto spesso un’elevata incidenza giornaliera di nuovi casi, circa il 67% dei pazienti di COVID-19 presenta sintomi lievi mentre circa il 30% presenta sintomi che richiedono il ricovero in ospedale. I sintomi più comuni sono febbre, tosse e dispnea. Una piccola percentuale di casi riporta sintomi gastrointestinali prima della comparsa dei sintomi a carico dell’apparato respiratorio. Il tasso di letalità per ogni caso di COVID-19 (il Case Fatility Rate) varia nei vari Paesi del mondo. In Italia il tasso di mortalità è stimato al momento dell’8,5%, ma esso varia significativamente tra le fasce d’età. Fino a 29 anni non si ha quasi nessun decesso mentre la frequenza può essere più alta tra le persone anziane. Le lesioni principali causate dalla malattia sono a carico del polmone periferico, dove si riscontra un danno alveolare diffuso. Lesioni diffuse sono anche evidenti a carico del parenchima epatico, delle reni, del tratto gastrointestinale. Una necrosi localizzata può essere individuata anche nelle cellule del miocardio. Dati più recenti dati mostrano che una necrosi localizzata può essere riscontrata anche nei neuroni del cervello. Su questo argomento, il Prof. Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto Mario Negri, ha notato che il virus ha un tropismo, cioè tende a localizzarsi, ed attacca anche il sistema nervoso centrale e particolarmente certe terminazioni nervose periferiche che sono quelle responsabili del gusto e dell’olfatto, sensi che i malati di COVID-19 possono perdere nella malattia.

Tamponi. La pietra miliare nei test diagnostici è costituita dai tamponi nasali (saggi basati sulla PCR Polymerase Chain Reaction). Il test deve essere eseguito da personale specializzato e richiede circa 4 ore. Questo test soffre di gravi limitazioni, ad esempio, in pazienti avanzati, i tamponi nasali possono essere negativi mentre i lavaggi bronco alveolari sono positivi e la frequenza dei falsi negativi in pazienti asintomatici può essere più alta. Un test di un’ora (DiaSorin, Italia), sempre basato sulla PCR, è stato appena approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti e ciò potrebbe migliorare la potenzialità diagnostica. Alla fine di marzo 2020, nell’ambito dell’Emergency Authorization Procedure sempre la FDA statunitense ha approvato il sistema diagnostico ID NOW-COVID19, della Abbott, USA basato sull’amplificazione isotermica del gene RdRp del SARS-Cov-2. Questo nuovo sistema, che produce risultati in appena 5 minuti, è per ora disponibile solo negli Stati Uniti. Sempre negli Stati Uniti la FDA ha approvato dei “test a casa”: i tamponi vengono spediti a casa insieme a istruzioni dettagliate su come farsi il tampone che, successivamente viene rispedito ad un laboratorio diagnostico per l’analisi. L’utilizzazione della saliva al posto dei tamponi rinofaringei potrebbe costituire un’alternativa interessante ai tamponi rinofaringei perché la raccolta della saliva non è invasiva, è più facile e sembra poter rilevare positività che il tampone non identifica.

Test sierologici. L’individuazione degli anticorpi presenti nel siero è di estrema importanza. Numerosi kit diagnostici sono stati sviluppati, tra questi il sistema diagnostico sviluppato tra la ditta DiaSorin (Saluggia) e l’Ospedale San Matteo di Pavia che è stato approvato dalla FDA statunitense. Non è dimostrato che la presenza di una determinata quantità di anticorpi nelle persone guarite equivalga ad essere protetti contro una successiva infezione da parte del SARS-CoV-2. Non è pertanto possibile di rilasciare ciò che viene definito “passaporto di immunità”.

Terapia. Una gamma molto varia di farmaci è stata somministrata ai pazienti di COVID-19 sotto la spinta dell’urgenza, in condizioni non controllate Questi vanno dai farmaci antiretrovirali e antivirali, ai farmaci immunomodulatori e ai preparati della medicina tradizionale cinese. Dato che l’efficacia di vari farmaci è stata molto spesso proclamata senza che siano stati fatti seri studi clinici, recentemente l'OMS ha annunciato l’attivazione di un ampio studio globale, chiamato SOLIDARITY, progettato proprio per stabilire se qualcuno dei farmaci fino ad ora somministrati ai pazienti di COVID-19 sia davvero efficace. Si tratta di uno sforzo senza precedenti, che coinvolge molte migliaia di pazienti in una dozzina di Paesi, volto ad ottenere finalmente solide certezze cliniche. Attualmente non esistono terapie specifiche per la COVID-19. La terapia di supporto è ciò che può far guadagnare tempo al paziente per ricuperare le funzioni di base. Nel contesto di una grave ed acuta insufficienza respiratoria, la terapia di supporto potrebbe voler dire ventilazione meccanica. Nei casi più gravi l’ossigenazione extracorporea a membrana (Extra Corporeal Membrane Oxygenation, ECMO) può essere utilizzata per sostituire temporaneamente lo scambio gassoso dei polmoni malati. Al momento non vi sono prove convincenti sull’efficacia di un trattamento farmacologico sui pazienti di COVID-19 con insufficienza respiratoria acuta. Tuttavia, sono stati sviluppati vari protocolli clinici basati su farmaci antivirali, clorochina, farmaci antinfiammatori, solo per citarne qualcuno. Tra i farmaci antivirali, quattro (Lopinavir, Remdesivir, Clorochina e Idrossiclorochina) saranno inclusi nello studio SOLIDARITY dell’OMS con l’obiettivo di ottenere rigorose prove scientifiche. Tra gli inibitori dell’infiammazione il Tocilizumab, usato per l’artrite reumatoide, è oggetto di nuovi studi in vari paesi: Cina, Francia e Italia.

Anticorpi terapeutici: plasma-terapia e anticorpi monoclonali. Il plasma dei pazienti guariti da varie malattie è stato usato come sorgente di anticorpi fin dai primi tempi dell’immunologia. Anche se l’efficacia terapeutica di quest’approccio è ancora da stabilire, in Cina e in altri paesi, tra cui l’Italia, il plasma dei pazienti guariti viene usato per trattare i malati di COVID-19, così come era stato fatto in precedenza con i pazienti affetti da SARS e da MERS. Agli studi iniziali, portati avanti in Cina, ha fatto seguito un’ampia diffusione di questa tecnica in altre parti del mondo. Negli Stati Uniti si sta ampiamente diffondendo l’utilizzazione terapeutica del plasma di convalescenti di COVID-19. Sono in corso studi randomizzati tesi a valutare la reale efficacia della terapia con plasma di convalescenti di COVID-19.

Vaccini anti SARS-CoV-2. La COVID-19 é una malattia molto giovane che si deve ancora conoscere bene e sono in corso studi in tutto il mondo, inoltre, i virus a RNA vanno incontro a frequenti mutazioni, motivo questo per cui è spesso non facile preparare vaccini in grado di proteggere efficacemente verso le malattie causate da questo tipo di virus. A fine aprile 2020 si contano almeno 150 diversi progetti di un vaccino anti SARS-CoV-2, di questi 6 progetti sono già in sperimentazione sull’uomo in fase 1. Sono molte le aziende italiane che anche in collaborazione con centri internazionali concorrono alla ricerca e alla sperimentazione, tra queste la TAKIS Biotech di Castel Romano, l’IGEA di Carpi, la IRBM di Pomezia, l’Astra Zeneca di Basiglio (MI), la Glaxo Smith Kline di Siena. Solo l’estensione delle valutazioni sperimentali ottenute a gruppi progressivamente più numerosi e per periodi più lunghi potrà stabilire se uno, numerosi o nessuno dei nuovi vaccini anti COVID-19 sarà in grado di prevenire con efficacia e per tempi prolungati l’infezione e se la sua somministrazione potrà essere considerata sicura in modo che non comporti rischi di dannosi effetti collaterali. Tuttavia, attualmente l’urgenza è così forte che, al fine di verificare rapidamente l’efficacia del vaccino, è stato proposto di vaccinare dei volontari umani e, successivamente, di infettarli con il virus SARS-CoV-2 in modo da verificare in tempi molto rapidi la reale efficacia del vaccino. Benché un esperimento di questo tipo sia eticamente controverso, vari gruppi di opinione lo stanno sostenendo e molte persone si sono offerte come volontari.

Problemi connessi con la produzione e la distribuzione dei vaccini. Una volta che il vaccino sarà stato validato, le difficoltà successive saranno la produzione e la distribuzione di milioni (forse miliardi) di dosi. Dovranno essere affrontati enormi problemi tecnologici, organizzativi, regolatori ed economici, cosa che fa pensare a tempi tecnici di almeno un anno. Sarà importante che la comunità internazionale (Governi, centri ricerca, Industrie farmaceutiche, Fondazioni, ecc …) riescano ad unire le attività e i dati raccolti e che si arrivi a condividere l'obiettivo di un accesso per tutti equo e globale ai dati, ai vaccini, agli strumenti innovativi contro il Covid-19. Questo per mettere tutti, anche i paesi con maggiori difficoltà, al riparo dai primi tentativi, cui assistiamo, di accaparramento da parte di alcuni Stati o a dichiarazioni di potenziali produttori che intendono orientare le vendite in determinati paesi. Il tracciamento con App. Modelli matematici indicano che il tracciamento dei contatti, associato ad un programma su larga scala di test virali, potrebbe non solo ritardare l’epidemia ma fermarla completamente. Questa forma di tracciamento su larga scala è possibile solo attraverso soluzioni tecnologiche automatiche digitali. Un precoce tracciamento porterebbe a individuare in modo efficace e retrospettivo i possibili contatti avvenuti tra persone sane e persone infette anche nei giorni precedenti la comparsa dei sintomi e permetterebbe quindi l’isolamento precoce dei focolai iniziali. Il tracciamento rapido dei contatti tra persone infette e persone sane, esteso su larga scala, avrebbe il vantaggio di poter intervenire, con misure sanitarie o di isolamento, solo sulle persone a rischio, lasciando invece libere le persone non a rischio. Questa forma di tracciamento su larga scala è possibile attraverso App dedicate, poste su piattaforme tecnologiche automatiche digitali utilizzabili via cellulare. Questo sistema ci pone di fronte a due esigenze opposte: da un lato la tutela della privacy, dall’altro l’interesse di una persona a non venir contagiata, anzi a non venir contagiata senza saperlo. La App di cui si parla userebbe segnali “Bluetooth low energy” locali, che segnalano contatti tra individui, indipendentemente dalla loro localizzazione e non fa uso di dati di geolocalizzazione. La costituzione della piattaforma tecnologica è ancora in fieri ma andranno chiariti alcuni punti fondamentali tra cui la durata del tempo di conservazione dei dati, che non è chiara nelle norme finora emanate e non si sa se sarà fino al 31 dicembre 2020 di cui si parla nel decreto. C’è da aggiungere che alcuni dati potrebbero servire in futuro, a fine scientifico, anche oltre il limite fissato. Per essere efficace, una App di questo tipo deve essere adottata da moltissime persone. Si parla di reale efficacia oltre la soglia del 60 % della popolazione. E’ chiaro che bisognerà convincere la popolazione ed incentivarne l’uso. Si apre un tema di competenze digitali di base e di possesso di smart phones. Alcune statistiche ci dicono che solo il 44 % degli italiani tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base (Rapporto Digital Economy and Society Index-DESI 2019). Occorre dunque evitare che questo tipo di soluzione diventi iniqua. L’App è più efficace se ha una alta diffusione, ma è più utilizzata dove maggiore è l’alfabetizzazione digitale e il possesso di smart phones con Bluetooth. Vi è perciò il rischio di tutelare maggiormente una particolare fascia di popolazione. Il digital divide non deve diventare un divide biologico. La applicazione prevede che quando un operatore sanitario riscontra un contagio al SARS-CoV-2, invita il soggetto che abbia caricato la App ad inserire sul cellulare un codice numerico, che attiva un segnale sugli smart phones delle persone incontrate nei giorni precedenti, per informarle che sono state in contatto con un positivo, senza che però si possa risalire al nome. Questa segnalazione indica alle persone lo stato di rischio, che potrebbero essere stati contagiati, e li invita a mettersi in quarantena per evitare il pericolo di contagiare altri. La decisione se inserire l'informazione che il soggetto ha avuto un tampone positivo è volontaria, del soggetto stesso, proprio perché la App non è obbligatoria. Questo potrebbe costituire un limite dell’efficacia dello strumento e sarebbe opportuno trovare un punto di equilibrio tra difesa della privacy ed efficienza del sistema. Questo metodo di tracciamento sarà efficace solo in presenza di una campagna di screening di massa e il costo dell’operazione sarebbe più che bilanciato dai risparmi derivanti dalla limitazione dell’epidemia e dalla possibilità di operare una riapertura in sicurezza dopo il lockdown.

Essere preparati. Di fronte all’enorme tragedia di morte provocata dalla COVID-19 è inevitabile chiedersi quanto il mondo e l’Italia erano o avrebbero dovuto essere preparati. E’ mancata una tempestiva valutazione della gravità dell’epidemia e gli stessi organismi internazionali si sono mossi in modo confuso. Non bisogna dimenticare, però, che solo pochi mesi or sono l’ipotesi di destinare energie e risorse per essere meglio preparati verso una possibile, ma comunque ipotetica pandemia non avrebbe avuto la forza di superare indifferenza, scetticismo, atteggiamenti antiscientifici e sospetti di oscuri interessi e corruzione. Come sarebbe stato possibile indurre un paese che ha difficoltà a convincere una quota elevata della sua popolazione dell’importanza delle vaccinazioni basilari dell’infanzia, a destinare una parte significativa delle risorse per essere preparati verso un evento mai visto, come una nuova pandemia? Quasi tutti i paesi del mondo hanno questo tipo di problema che declinano ognuno in modo diverso sulla base della propria cultura. E’ importante comprendere che prepararsi ad una pandemia non richiede soltanto l’adeguamento della sanità pubblica e delle infrastrutture mediche ma anche un investimento nella ricerca per acquisire “in tempo di pace” nuove e più solide conoscenze per poter determinare quale trattamento curi davvero, quale invece non funzioni o quale invece possa essere solo dannoso. La difesa della salute va costruita progressivamente con l’aumento delle conoscenze. Non si è solo alla ricerca di un “magic bullet”, una soluzione miracolosa e definitiva. Si devono sostenere gli sforzi per rispondere alle nuove domande poste dalla ricerca e qualora le nuove risposte suscitassero altre domande, incoraggiare ulteriormente la ricerca. Mancanza di trasparenza e di dati scientifici Al momento attuale i dati che l'Istituto Superiore di Sanità e la Protezione Civile rendono pubblici sono estremamente scarsi: in questo modo la comunità scientifica nel suo insieme non è in grado di fare valutazioni affidabili. Non è ammissibile, scrivono gli scienziati Lincei, che le autorità in una emergenza come la COVID-19 rendano pubbliche solo le conclusioni e non i dati originali. Bisogna evitare che si possa pensare che la mancata presentazione dei dati originali sia dovuta alla paura che si possano trovare errori o imprecisioni nell'analisi fatta o inconsistenze nei dati stessi. È impossibile arrivare a decisioni condivisibili e condivise senza la trasparenza delle informazioni, che è base della democrazia, tanto più in materia sanitaria; oltretutto l’informazione carente lascia spazio a dubbi, a dannose false notizie (fakenews) e indebolisce il prestigio e la posizione delle istituzioni. Sappiamo bene che nel futuro sarà essenziale controllare lo sviluppo dell'epidemia e prendere le misure appropriate nel tentativo di cercare di ritornare per quanto possibile alla normalità. In assenza di trasparenza, ogni conclusione diviene contestabile sul piano scientifico e, quindi, anche sul piano politico. Solo con la trasparente alleanza tra scienza e politica possiamo affrontare efficientemente la convivenza con il coronavirus e prevenire una possibile risorgenza del COVID-19 o gestire l’emersione di future, possibili, epidemie.

Giugno 2020

La Fondazione IGEA Onlus, per la pevenzione contro l’invecchiamento del cervello, la perdita di memoria e le patologie come Demenze e Alzheimer, offre assistenza anche telefonica e via web per sostenere ed aiutare le persone ad affrontare i disagi del coronavirus:

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